L'orgoglio di GM ha cancellato il pressapochismo di Magna
Giacomo Leopardi scriveva: "Sono convinto che anche all'ultimo istante della nostra vita ognuno di noi può cambiare il proprio destino". Forse GM si è ispirata al pensiero del poeta prima di fare il grande passo su Opel. Una scelta basata su tre elementi chiari: la forza delle logiche industriali sugli aiuti finanziari, l'ascesa del nuovo management in GM che con determinazione e orgoglio è convinto di rilanciare autonomamente il marchio tedesco e la capacità di autofinanziamento grazie ai risultati solidi e in crescita ottenuti in Cina e Brasile in un contesto, comunque, di ripresa dell'intero settore auto.
Già in passato su queste colonne (il 20 ottobre 2009) avevo espresso forti dubbi sulla solidità industriale della proposta Magna. A fronte di una crescita ottimistica di volumi legata soprattutto al mercato russo, che è in fortissima sofferenza e non mostra segnali di ripresa, il progetto canadese non risolveva il problema dell'inefficienza produttiva di Opel e gravava ulteriormente la società del peso finanziario delle royalties chieste da GM per permettere ai partner russi l'accesso alla loro tecnologia.
Sotto il profilo industriale la scelta di GM è la più valida per il gruppo. Opel gioca un ruolo strategico nel portafoglio di Detroit: nel medio periodo la piattaforma compact Delta di Opel supporta lo sviluppo della Ciievrolet Cruze e Orlando, mentre la piattaforma mid-sized Ypsilon permette il lancio della promettente Buick LaCrosse che sono alla base del piano di crescita del gruppo di Detroit. Nel lungo periodo la tecnologia Opel garantisce lo sviluppo proprio delle auto più piccole ed ecologiche che sono il presupposto necessario per crescere con profitto nel mondo così come la tecnologia Fiat serve a Chrysler per ritornare a generare reddito. [...]
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